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Immigrazione: un fenomeno epocale

di , 5 luglio 2018

Nessun politico italiano od europeo, da quando è iniziato questo secolo, si è impegnato nel cercare di capire il fenomeno dell’immigrazione dal punto di vista antropologico, sociale, economico; lo ha colpevolmente sottovalutato e ridotto a fattore episodico emergenziale, mentre per gli osservatori non asserviti a questo o a quel politico era evidente che si trattava di un evento epocale che sarebbe durato per parecchi decenni come accaduto in passato per le grandi migrazioni della storia.

La storia nasce appunto con il fenomeno delle migrazioni in tutte le latitudini.

Agli albori della civiltà l’uomo primitivo migrava in terre disabitate perché era alla ricerca di ambienti più adatti per il clima, per l’abbondanza di cacciagione, per disponibilità di pascoli, per ricchezza di vegetazione, per la fertilità del terreno, per la copiosa presenza di acqua e di frutti offerti dalla natura. Fu per questi motivi che l’uomo si spinse in luoghi sempre più lontani dalla culla africana di origine per arrivare ai confini della terra in Asia e in Europa. Con la creazione di un’organizzazione tribale e successivamente statale in embrione, le popolazioni diventarono sempre più sedentarie e meno dedite al nomadismo. Al desiderio di sopravvivenza si sostituì quello di possesso, di conquista, di spoliazione e depredazione delle ricchezza altrui, di dominio del territorio.

Qualche migliaio di anni avanti Cristo, la Mesopotamia e tutta la zona che in seguito sarà chiamata mezzaluna fertile, dall’Anatolia all’Africa del Nord, fu teatro di migrazioni non indolori, in ondate successive, di Sumeri, Babilonesi, Assiri, Egiziani, Persiani, Achei, Celti, Slavi, Hittiti, Fenici, Ebrei. Di questi ultimi ci rimangono tracce indelebili nella testimonianza biblica, secondo cui, nell’arco di circa 600 anni, migrarono da Ur in Mesopotamia, furono sottoposti alla cattività babilonese, ripararono in Egitto per tornare poi indietro in Palestina.

Durante il dominio romano, tutto il bacino del Mediterraneo fu percorso per secoli da flotte ed eserciti che si spostavano da una parte all’altra delle sue sponde per rifornirsi di derrate per creare sbocchi mercantili e per una politica di continua espansione e colonizzazione con la forza.L’impero, crogiolo del più vasto multiculturalismo, multiconfessionalismo e multirazzismo mai esistito, pur accogliendo immigrati da ogni angolo del mondo conosciuto (secondo la massima ciceroniana “ubi bene ibi patria”) impose a tutti l’obbedienza ferrea alla legge romana che ne costituiva il cemento socio-giuridico.

Le migrazioni in larga scala ripresero a manifestarsi solo quando cominciò a vacillare il potere imperiale per l’affievolirsi della severità del diritto e dei costumi e per la diffusione del cristianesimo.

Fu quella l’epoca della discesa delle cosiddette terribili invasioni barbariche provenienti dall’Europa orientale: Visigoti, Sassoni, Franchi, Vandali, Unni e Ostrogoti di ceppo turco che, scacciati dalla Cina, arrivarono fino al Nord Africa. Altrettanto accadde, qualche secolo più tardi, sia nel Mediterraneo con l’espansionismo arabo che toccò la Sicilia e metà della penisola iberica, o più ad est con l’espansionismo turco arrivato alle porte di Vienna, o in Asia con imponenti migrazioni che ebbero un ruolo importante nella storia dell’umanità: quelle dei Mongoli di Gengis Khan, fondatore dell’impero più esteso dalla Cina all’India, alla Russia, alla Persia e Turchia e poi di Tamerlano lo zoppo.

All’alba del 1500 la scoperta dell’America aprì improvvise prospettive di accumulazione di ricchezze per commercianti, banchieri, avventurieri. Monarchi e speculatori finanziarono i viaggi per estendere i loro possedimenti, sterminando o deportando le popolazioni indigene, depredandone le ricchezze locali e trasferendo in Europa prodotti sconosciuti. Ma quei vasti territori del nuovo continente vennero anche considerati rifugio per molti condannati, eretici, oppositori politici, avventurieri e criminali, dediti anche alla tratta degli schiavi catturati in Africa e venduti dagli stessi capi tribù locali.

Nel XIX secolo ci fu un’altra emigrazione di massa: oltre 60 milioni di disperati, uomini, donne e bambini da tutta Europa si riversarono sulle Americhe e sull’Australia in cerca di fortuna e di una vita migliore. Britannici, Tedeschi, Italiani, Irlandesi, Polacchi, Spagnoli, Portoghesi, Greci e altri nullatenenti affrontarono, anche da clandestini, traversate pericolosissime ed in condizioni miserrime (molte migliaia naufragarono e scomparvero tra le onde dell’oceano) e approdati nel nuovo mondo ne cambiarono il volto causando un notevole incremento demografico in aree largamente disabitate. A partire dal processo di decolonizzazione negli anni ’60 del secolo scorso, le economie dei vari paesi del continente africano incominciarono a degradare per l’inesistenza di una classe dirigente colta, per la mancanza di tecnologia, per la carenza di una classe operaia, per l’esteso inaridimento del kow how, per l’attrattiva dell’ideologia marxista anti imperialista.

Con la caduta dei regimi comunisti, la globalizzazione, la diffusione planetaria tramite rete in ogni angolo del mondo delle immagini e delle notizie di un Occidente benestante contrapposto ad un terzo mondo sottosviluppato, afflitto da analfabetismo, malattie e carestie, povero ed arretrato, sempre più sottoposto ad un boom demografico incontrollato, è iniziato quel processo di immigrazione di centinaia di migliaia di stranieri prima del 2000 dai Balcani e dall’Europa orientale (polacchi, romeni, albanesi, moldavi, ucraini, russi, profughi della ex Jugoslavia) e poi in modo più massiccio dall’Africa e dalle zone di guerra del Vicino e Medio Oriente.

Nel XXI secolo è ora il turno dell’Africa che scoppia al ritmo di crescita demografica del 3%, con una popolazione di 1 miliardo e 220 milioni di persone, che non riesce a sfamare. Il continente serbatoio di tutto, ricco di materie prime ma povero di cultura e sottosviluppato, ancora controllato dai britannici e soprattutto dai francesi che detengono addirittura il potere monetario, è in subbuglio per la presa di coscienza di essere stato depredato per secoli con la convinzione che in Europa la forza del diritto non obbedisce alla sommarietà tribale, che la vita sia più facile e che si possano infrangere le regole senza sentire il rigore della legge.

Dalla Nigeria al Niger, dal Senegal al Togo, dal Mali al Ciad, dal Camerun alla Costa d’Avorio, dal Burkina Faso al Gabon, dalla Repubblica Centro Africana al Gambia, dalla Guinea alla Sierra Leone, dal Ghana al Benin, ecc. il controllo di ogni attività economica è nelle mani dei vecchi colonizzatori direttamente o attraverso le multinazionali che lasciano in quei paesi le briciole dei loro profitti petroliferi, diamantiferi, di uranio, metalli rari e di ogni altro bene. Esse, non contente di questo super sfruttamento, anziché investire sul posto, dove manca inventiva e genialità di base, per creare quelle strutture sociali ed imprenditoriali necessarie allo sviluppo, servendosi di moderni schiavisti e della malavita dal guadagno facile, favoriscono l’emigrazione di mano d’opera a basso costo con riflessi negativi sul mercato del lavoro a livello internazionale.

E’ ora diventato un fenomeno di così grande portata, destinato ad investire in modo sempre più deleterio l’intero continente europeo, che nessun paese può affrontarlo né da solo, né con mezzi ordinari.

L’Unione Europea, abitata da 520 milioni di persone, con crescita demografica piatta, fatica a rendersene conto e, vittima dei nazionalismi emergenti che il profluvio di dichiarazioni ipocrite non riesce a coprire, rifiuta di affrontarlo con senso di equità nell’assorbimento del disagio, nell’integrazione dei disperati, nel sostenimento dei costi, nella ripartizione dei sacrifici. Il Regno Unito si è chiamato fuori dall’Unione e forse favorito dalla sua posizione geografica si sente al riparo da contraccolpi emigratori.

Nel resto del continente, a Parigi, a Berlino, a Vienna, a Budapest, a Varsavia, a Praga con egoistica cecità non si vuole ammettere che i confini meridionali dell’Italia sono confini europei e che come tali andrebbero difesi con politiche comuni, pratiche ed immediate. Invece si respira un’aria mefitica che è l’esatto contrario dell’atmosfera di condivisione, coerente con gli ideali fondativi dell’Unione Europea, ed ogni giorno si manifestano prese di posizione dure ed inammissibili da parte degli epigoni in modo farsesco di un micro Napoleone o di un Bismark in gonnella per non parlare dei governanti dei paesi residui dell’impero austroungarico, affetti da nanismo degli ideali.

Quanto accade a Ventimiglia, la chiusura dei porti francesi, il blocco della frontiera del Brennero, le minacce di crisi politica in Germania sulla questione degli immigrati secondari, il muro e il filo spinato della nuova cortina di ferro ungherese non sono che segnali pericolosi dello scricchiolio dell’intera costruzione europea che avrebbe dovuto garantire sicurezza, protezione dell’ambiente, crescita economica, welfare e che senza una risposta corale finirà per essere ridotta in macerie.

La cura consisterebbe in un periodo più o meno lungo di stabilizzazione (sulla base del principio del chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori) con un blocco ferreo delle frontiere meridionali dell’Unione, con accordi forzati con i paesi africani sulla repressione draconiana degli schiavisti, sugli investimenti produttivi nei settori dell’agricoltura e dell’industria primaria, sulla regolamentazione e controllo dell’emigrazione sulla base dell’incrocio tra domanda e offerta, sullo scambio dei reclusi per qualsiasi motivo, sull’obbligo a riprendersi i clandestini e i malfattori.

 


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