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Tamburi di Guerra

di , 18 aprile 2018

La settimana scorsa tre paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna, tradizionale alleata militare, e la Francia che aspira al ruolo di galletto nell’Europa continentale di un’Unione europea a pezzi, hanno fatto rullare i tamburi di guerra, quelli fatti con pelle d’asino dal suono più cupo, emesso per intimorire come preludio a nuove operazioni.

Il bombardamento della Siria con una gragnuola di un centinaio di missili Tomahawk, richiama alla memoria la storiella del favolista romano Fedro che raccontava come i coribanti, sacerdoti della divinità anatolica Cibele, usassero caricare il proprio asino di un peso eccessivo accompagnato da scariche di botte gratuite. La povera bestia, preferendo la morte alla continuazione del supplizio quotidiano per le angherie dei padroni si lasciò morire, ma quelli continuarono a batterlo anche dopo morto avendone utilizzato la pelle per farne i loro tamburi.

Ora non è azzardato paragonare la Siria e il suo popolo, incluse le minoranze etniche, all’asino di Fedro. A loro sono stati imposti dolori da maledizione divina: prima una dittatura feroce tipica del Medio Oriente e poi lutti a non finire, rovine, distruzione di ogni bene, privazioni alimentari, idriche e sanitarie, mutilazioni, stupri, decimazioni e fosse comuni, profughi in cerca di scampo durante sette anni di guerra. La Siria, un tempo culla della civiltà di derivazione romana ai tempi di Palmira e poi Ommiade, è stata teatro di atrocità indicibili commesse da tutte le parti coinvolte, comprese le milizie dei rivoltosi, i fanatici dell’Isis, i curdi, le potenze imperialiste, la Turchia, la Russia, l’Iran e da ultimo Israele che non lascia scapparsi l’occasione per attestare di fronte al mondo che esiste e che lotta per la sua sicurezza. Ha pagato incolpevolmente un prezzo troppo alto in mezzo milione di vite umane e in 6 milioni di profughi.

L’attacco notturno subito da parte dei tre Stati nucleari che si ispirano alla democrazia è avvenuto in aperto scempio della legalità, senza attendere nemmeno l’ombrello pietoso di una qualsiasi delibera dell’ONU, il cui ruolo è stato ridicolizzato, facendo perno ipocritamente sull’intollerabilità per le democrazie occidentali dell’uso dei gas come se invece fossero tollerabili i bombardamenti a tappeto di russi e americani di Aleppo, le bombe al cloro contro civili inermi, le distruzioni di scuole e ospedali, la riduzione di centinaia di migliaia di persone al livello di età delle caverne, oppure in altro scenario, le torture inflitte in permanenza a Guantanamo o nelle carceri egiziane in cui ha trovato la morte il nostro Regeni.

Non c’è da prestare la minima credibilità a quanto sostengono Washington, Parigi e Londra sulla esistenza e consistenza delle prove dell’attacco chimico di Assad contro la popolazione di Duma, non fosse altro perché il mondo è già stato ingannato sulla presunta presenza di armi di distruzione di massa nell’arsenale di Saddam Hussein in Iraq (chi ha dimenticato la pantomima del segretario di Stato americano Powell che all’ONU presentò una fialetta di armi chimiche fasulla o dei rapporti riservati dell’intelligence anche essi fasulli esibiti dal premier inglese Blair?) o a proposito della guerra di al-Qaida in Afghanistan, o della punizione che Sarkozy ha voluto infliggere a Gheddafi per aver represso nel sangue una rivolta.

Sono tutti scenari di tragiche guerre in cui siamo stati trascinati per i capelli anche noi italiani senza che i nostri governi (soprattutto quelli di Berlusconi) abbiano mai osato spiegarne le ragioni all’opinione pubblica e chiederne il motivo ai bellicosi fautori facendosi illustrare quali fossero i benefici per il popolo italiano. Quale era il delitto, l’affronto, il danno contro l’Italia che l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia ci avevano causato in misura tale da giustificare un nostro atto di guerra? E quale è stato il nostro tornaconto in termini politici?

Ma torniamo alla Siria. Era proprio necessaria questa escalation con la scusa della guerra chimica? Per ottenere che cosa? Chi ne ha tratto vantaggio a livello politico, militare, economico? Nella guerra di bugie e di propaganda la vera vittima è stata la verità.

Gli organi di informazione dei paesi aggressori hanno diffuso a profusione la tesi che bisognava dare una lezione a Assad accusato di aver utilizzato gas contro la sua popolazione ribelle. Ma ciascuno lo ha fatto per far dimenticare alla propria opinione pubblica la precipitazione del consenso e dell’indice di gradimento. Trump, definito boss mafioso, incolto ed impulsivo, dall’ex direttore della CIA Comey, ha imposto agli Stati Uniti una politica estera schizofrenica, rinnegando in toto l’azione del suo predecessore, litigando con tutti, imponendo dazi, esaltando l’esigenza del muro con il Messico e il pugno duro contro gli immigrati, mettendo indietro gli orologi ai tempi della guerra fredda, e sostituendo i passi diplomatici con bordate di tweet come un adolescente coatto; Macron è alle prese con uno scontro frontale senza precedenti con la classe del pubblico impiego e del trasporto pubblico, con le Università in lotta per la riforma delle politiche del lavoro a danno dei lavoratori stessi. Dopo che la Gran Bretagna se ne è andata dall’UE vuole assurgere ad una posizione di supremazia in Europa punzecchiandoci “en passant” con qualche umiliazione di troppo; Theresa May dal canto suo non sa come barcamenarsi nel negoziato della Brexit e tenta di superare, con il richiamo al patriottismo, la crisi nei rapporti con la Russia (causata da una nebulosa vicenda di avvelenamento di una ex spia russa) ed ha finito per cacciarsi nel mezzo di una contestazione dell’opinione pubblica per aver ignorato il Parlamento.

Gli altri attori sono stati la Turchia da una parte e la Russia e l’Iran dall’altra, paesi guidati da veri autocrati che hanno represso ogni libertà di stampa, il primo (membro della Nato) favorevole all’azione militare nella speranza di dare un’altra batosta all’irredentismo curdo (che però è alleato degli americani), e di guadagnare influenza su una fetta di territorio siriano come “buffer zone”, il secondo, pur facendo la faccia feroce, ha ottenuto senza perdite il riconoscimento dello status di protettore del regime siriano con basi militari aeree e navali che vi resteranno in permanenza, il terzo ha conquistato il ruolo di play maker nella politica siriana e libanese.

Nell’atrio del palazzo della pace dell’Aja, sede della Corte permanente di Arbitrato e della Corte Internazionale di Giustizia, sorge un gruppo scultoreo di belve, allegoria della guerra, in cui quelle di grande corporatura azzannano e sbranano quelle di piccole dimensioni mentre in un angolo stanno impassibili quelle di media stazza.

Plasticamente questo gruppo scultoreo rappresenta esattamente quello che accade ora in Siria. Le grandi potenze si dividono le spoglie esauste della Siria, mentre le medie potenze come Germania, Italia e Spagna stanno in disparte a guardare. Eppure anche in questo stare alla finestra c’è qualche differenza: mentre la Merkel aveva anticipato la propria astensione ben prima che partissero i missili americani, Gentiloni ha atteso che l’attacco si consumasse per rilasciare una dichiarazione abbastanza dura, che però lascia spazio al sospetto che l’Italia non abbia partecipato a nessuna operazione militare nemmeno come supporto logistico delle basi solo perché nessuno ce le ha chiesto.

Trump, May e Macron hanno fatto un’esercitazione di guerra con missili veri, mettendo a repentaglio la pace mondiale. A loro dei poveri siriani sottoposti a questo martirio permanente non importa cinicamente un bel nulla. Hanno dimenticato in fretta le lacrime versate per quel corpicino di bambino siriano, profugo e naufrago innocente raccolto sulla spiaggia turca, la cui foto fece il giro del mondo. Non hanno avuto pietà per gli oltre 500 mila morti civili o per le sofferenze dei milioni di profughi, o per la sorte dei ribelli contro il regime di Assad, dapprima armati, finanziati, sostenuti e incitati alla rivolta e poi abbandonati alla loro sorte di morte, né  per i pesh merga che si sono sacrificati contro l’Isis.

L’unico obiettivo di questa forma di neo colonialismo è quello di mantenere il controllo sul Medio Oriente.

Se ci si sofferma a considerare chi abbia guadagnato e chi abbia perso da questa prova di forza americana con la collaborazione anglo-francese è facile ammettere che i venditori di armi hanno fatto un grosso affare ingrassando i loro portafogli. Sia da parte americana come da parte russa c’è più di un magnate dell’industria bellica che ha brindato. Le azioni delle industrie di armamenti americane hanno avuto un balzo in borsa del 5% in un solo giorno dopo un trend positivo di alcuni mesi del 45% (ogni missile sparato è costato al contribuente 800 mila dollari per un totale di 80 milioni di dollari andati in fumo), mentre da parte russa c’è praticamente il via libera a massicci rifornimenti di armamenti missilistici che erano stati sospesi l’anno scorso proprio per compiacere l’Occidente. Le batterie siriane dei missili terra aria S 300 che seppure obsoleti hanno distrutto in aria una ventina di missili USA, saranno sostituite dai più sofisticati S 800.

Sul piano strettamente politico-diplomatico escono cancellati nel ruolo di proposta di politica estera e di garanzia per la pace tanto l’ONU per via del blocco dei veti incrociati delle super potenze, quanto l’UE che ha dimostrato di non avere nessuna voce in capitolo su temi che attengono alla stabilità, alla pace ed alla sicurezza internazionale.

Gli USA, persistendo nella demenziale strategia del nulla e del caos già sperimentati nel dopo Saddam Hussein e nel dopo Gheddafi, non hanno nessuna alternativa politica ad Assad e saranno costretti a riportare a casa i due mila soldati americani infiltrati nel Nord-Est curdo della Siria, dove affiancano i pesh merga alleati di Assad contro l’Isis, ma considerati terroristi dalla Turchia di Erdogan.

Strategicamente Assad ha avuto la garanzia che, nonostante tutto, può restare al potere in un paese totalmente distrutto dato che le varie Cancellerie si sono affrettate a dichiarare che il loro obiettivo non era più la rimozione del regime siriano; la Russia che aveva minacciato pesanti ritorsioni contro le basi di lancio dell’attacco missilistico ha ottenuto dai comandi americani di concordare le traiettorie del bombardamento tenendo al riparo da ogni minima conseguenza le sue basi aeree e navali e quelle dell’Iran e in definitiva accettando che fossero distrutti alcuni edifici vuoti senza vittime.

Torquato Cardilli


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