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Promesse & Proposte Pre-Elettorali

di , 21 gennaio 2018

Dal 5 marzo, dopo tante promesse, le tasche degli italiani resteranno vuote, a meno che…

A novembre 2017 la Commissione europea aveva chiesto per iscritto al Governo italiano di rientrare di due decimali di Pil per recuperare il mancato taglio del deficit e rispettare i parametri del debito sui quali si era impegnato. Ove non lo avesse fatto, Bruxelles non avrebbe avuto scrupoli ad aprire, dopo Pasqua 2018, in occasione del routinario riesame quadrimestrale, la proceduradi infrazione. A questo punto è intervenuto il jolly dello scioglimento delle Camere.
E’ prassi che alla vigilia di un appuntamento elettorale gli occhiuti censori di Bruxellesa allo scopo di puntellare i Governi con cui si sono messi d’accordo e tenerli legati alla corda, siano abbastanza benevoli verso i paesi indebitati come il nostro. Per questo il duo Gentiloni-Padoan ha avuto partita facile nell’ottenere dalla nostra cara Europa, trasformata da grande madre di civiltà in arcigna matrigna pronta al castigo, la concessione di 8 miliardi di extra deficit conl’ultima legge finanziaria. Per fare cosa? Non per un investimento produttivo, ma per consentire al Governo dei “competenti” di distribuire le ultime regalie volute dai partiti del privilegio e dello spreco in modo da illudere il popolo che le cose si stessero aggiustando.
Quanto durerà la fascia temporale di respiro? Il 4 marzo ci saranno le elezioni ed è ben possibile che al nuovo Governo, che nascerà non prima di aprile (gli esempi dei tempi lunghi di Spagna e Germania sono illuminanti), venga concessa la boccata di ossigeno necessaria a sopravvivere, diciamo fino alla fine dell’estate. Dunque gli italiani debbono sapere sin d’ora che tutte le balle di promesse che sentono in questi giorni di campagna elettorale si trasformeranno in fendenti erandellate distribuiti a casaccio dai politici autori del disastro, a meno che il M5S non salga a Palazzo Chigi per mettersi al timone di questa barca scassata e pretendere dall’Europa, come dagli alleati della Nato, una rinegoziazione immediata degli impegni sottoscritti con faciloneria dai cosiddetti “capaci”, compresi quelli militari a spese del contribuente italiano. trump I partiti che hanno fino ad ora governato e ridotto l’Italia con le pezze sul sedere e con le scarpe sfondate, osano promettere soluzioni  miracolose, scimmiottando Trump,  al motto di meno tasse con la abolizione delle aliquote IRPEF e con la introduzione della tassa piatta (flat tax ) al 20% uguale per tutti, la cancellazione della legge Fornero e del “jobs act”, tutte le pensioni minime elevate a 1.000 euro per 13 mesi e concesse anche a chi non ha mai pagato i contributi come le casalinghe, l’abolizione del canone e del bollo auto, il bonus per gli animali di compagnia, per le dentiere, per le stampelle, per la settimana di vacanza per gli anziani, per i bebè, per i diciottenni, per la cultura e per le mamme.
A prescindere dal fatto che tali misure oltreché utopistiche sono contrarie al dettato costituzionale che prevede l’obbligatorietà della progressività contributiva, questi cosiddetti “competenti” non parlano di stroncare la corruzione, il conflitto di interessi e l’evasione fiscale che da sole costano ben 60 miliardi l’anno di minori entrate, né di imporre all’Europa di dare il buonesempio sopprimendo la doppia sede di Strasburgo del parlamento europeo pagata profumatamente da tutti. Avete presente la Fiera di paese dove l’imbonitore di turno si straccia le vesti ed i capelli dicendo che si vuole rovinare per regalare all’incauto passante, a un prezzo irrisorio, un set di pentole, uno di strofinacci, uno di detergenti per la casa con l’aggiunta omaggio della bottiglietta di elisir di bellezza o di virilità? Questo sembra essere diventato il filo conduttore della campagna elettorale. Il Movimento 5 Stelle, conscio della gravità dei problemi economici e di politica finanziaria di un paese senza lavoro, gravato da un debito di oltre 2.300miliardi, aveva proposto sin dall’inizio della legislatura nel 2013 una misura incisiva per rimettere in moto il volano dell’economia, e non misure dispersive poco eBcaci sul piano della crescita e dello sviluppo: il reddito di cittadinanza che sarebbe entrato direttamente nelle tasche degli italiani per soddisfare i bisogni primari nella misura di 780 euro a persona, a precise condizioni. Sono stati persi inutilmente cinque anni di legislatura, il debito dell’Italia è cresciuto di oltre 150 miliardi senza che sia stato realizzato un investimento pubblico serio, gli italiani sono più poveri, il lavoro è stato precarizzato, mentre le solite idrovore di risorse tipo Alitalia, Ilva, Fincantieri, apparati militari all’estero hanno continuato a succhiare denaro.
In questi cinque anni non c’è stato talk show, giornale, emittente radiotelevisiva, conduttore e politologo di turno che non abbia fatto a gara per ridicolizzare la misura del reddito di cittadinanza ripetendo la solita frase “dove prendete i soldi” salvo poi passare sotto silenzio che tutte le segreterie dei partiti l’hanno copiata con un nome diverso per la campagna elettorale 2018, facendola passare nella testa degli elettori come un loro brevetto. Il reddito di cittadinanza è una misura che, se approvata oggi, riguarda poco meno di 3 milioni di export.1.1228938.jpg--famiglie per un totale di quasi 11 milioni di persone con uncosto complessivo per l’erario inferiore ai 17 miliardi, cioè l’1% del Pil. Poiché il nostro Pil per il 50% è, grosso modo, costituito dalla spesa per il settore pubblico sarebbe suBciente applicare un quarto delle misure di “spending review” raccomandate da Cottarelli, e mai applicate da Renzi, per trovare le risorse necessarie.
Ma il Governo dei “competenti”, come ama definirsi Renzi, che trova in 10 minuti i miliardi da regalare alle banche o alle multinazionali e che ha già dedicato oltre 13 miliardi dell’ultima manovra alla sterilizzazione delle cosiddette clausole di salvaguardia per evitare l’aumento dell’IVA, quale altra eredità lascia al nuovo esecutivo? Semplicemente l’obbligo di reperire nella prossima legge di bilancio una cifra analoga perché l’aumento dell’IVA non è stato cancellato, ma solo rinviato. E su questo terreno che si porrà il negoziato più immediato con la Commissione europea. Secondo gli accordi accettati dal Governo a trazione PD l’attuale IVA del 10% dal gennaio 2019 dovrebbe salire all’11,5% e dal gennaio 2020 al 13%, mentre quella ora ferma al 22% dal 2019 aumenterà di 2,2 punti per salire al 24,2% e poi nel 2020 di altri 0,7 punti no a quota 24,9% e dal 2021 di un ulteriore 0,1 punti per assestarsi nientemeno che al 25%. Non c’è maggiore iniquità della tassazione indiretta che finisce per colpire di più le famiglie meno abbienti e le fasce sociali più deboli. Facciamo dei piccoli esempi. Se si aumenta l’Iva sui prodotti alimentari di base, chi vive della sola pensione sociale destinata all’acquisto di beni primari ne risentirà maggiormente di quanti pasteggiano a base di culatello, ostriche e champagne che non se ne accorgeranno neppure visto che non consumano né pane, né pasta, né latte, né mortadella, né cipolle.  Stando alla programmazione economico-monetaria della Banca Centrale Europea, a settembre 2018 dovrebbe concludersi, per volere della Bundesbank tedesca, il famoso piano varato da Draghi di immissione di liquidità per acquisti di titoli pubblici denominato “Quantitative easing”, che ha permesso a Paesi deboli, come il nostro, di sostenere il debito sovrano e frenare l’aumento dello spread rispetto al Bund, cioè contenendo al minimo i tassi di interesse. La BCE  fino ad agosto 2018 continuerà a comprare senza condizioni 13 miliardi di Btp al mese, ma da settembre quei titoli dovranno essere acquistati da altri compratori ai quali dovrà essere garantita una maggiore remunerazione.
Questo significa che o aumentiamo gli interessi da corrispondere al compratore oppure saremmo costretti a ridurre la raccolta sul mercato. Ciò implicherà nel primo caso un aumento del debito complessivo (oggi al 133% del Pil), nel secondo un deficit di ossigeno di liquidità per sopperire al quale dovremmo intervenire più massicciamente nel settore delle privatizzazioni e delle dismissioni.
E considerando gli incombenti impegni del fiscal compact che ci obbligano a ridurre la montagna del debito di 60 miliardi all’anno (al 128% del Pil), questo fabbisogno di liquidità si farà talmente grave, che si renderà necessaria una rinegoziazione globale degli impegni con l’Europa che preveda la sospensione del limite del 3% per quei paesi che presentino un piano di investimenti di qui al 2028 e la modifica sostanziale del fiscal compact. E’ questa la sfida del M5S, che non può essere lanciata né dal PD, né da Forza Italia, partiti senza alcuna credibilità perché sono stati i responsabili, nel decorso decennio, della disarticolazione dell’economia e della società italiana, anche se da Bruxelles incomincia il bombardamento a tappeto per scongiurare la vittoria del M5S.
TORQUATO  CARDILLI

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