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L’ultimo romanzo giallo di Daniela Alibrandi

di , 5 giugno 2018

Una morte sola non basta

Sembra, “Una morte sola non basta”, un titolo quasi consueto per i romanzi gialli che al momento sembrano detenere l’interesse maggiore di lettori e di Fiere editoriali. Ma è così solo in parte, solo per ciò che concerne il mistero, l’indagine, la volontà di fare giustizia sul male che, in questo libro di Daniela Alibrandi, fecondissima autrice di opere aventi questo scopo, ha l’aspetto ripugnante di chi lo compie sui bambini.

Le storie che Daniela propone sono quasi tutte sulla base formale del poliziesco, pur uscendo dai canoni di questo in virtù di una maggiore scioltezza e di una presa forte sulla mente di chi le segue: nel classico “giallo” lo svolgimento del fatto è più veloce e meno attento ai particolari, e poi la ricerca della parola cruda è o legata alla dimestichezza popolare del protagonista o di qualcuno di essi, o forzata nel riprodurla quasi fosse una gabella da dover onorare, con l’effetto di un accordo stonato che può, alla lunga, diventare pesante: tutto ciò non avviene anche nella sincerità più scatenata e tagliente nei romanzi di Daniela, che descrive situazioni al limite o tremendamente realistiche senza mai scadere. L’effetto è più sconvolgente e non si perdona a chi le crea, giungendo a desiderare ardentemente che l’agente del male sia annientato nel modo più radicale.

La scrittrice si fa sempre precedere all’inizio del volume dalle tipiche frasi indicanti il “puramente casuale” del fatto, ma la memoria dei lettori spesso lo riconoscono come un delitto avvenuto, pur senza poter rivalersi contro di questo con partecipazione, in quanto spesso Daniela riprende gli ambienti dei promettenti anni Cinquanta, fino ai rivoluzionari stati degli anni Settanta e non quelli attuali: si ha quasi una nostalgia, allora, e si ritorna alla semplicità dovuta alla mancanza di tecnologia che allontana  ad ogni modo persone e soluzioni dei problemi, rendendosi conto del tempo che è passato, mitigando le reazioni.

“Una morte sola non basta” è la storia di due bambine venute per caso a contatto fuggevole da neonate, che, adulte, si incontrano, ed agiscono insieme, per una causa comune anche se non eguale. Vittime, diventano ispettori e giudici, agiscono in modo concertato, diventano punitrici.

Il territorio scelto per questa storia è Roma, con tutte le caratteristiche e le tipicità di quartiere dette quasi sottotono, per non ostacolare lo svolgimento, ma minuziosamente misurate per una collocazione più attendibile dei fatti: si osservi, infatti, il percorso e le località toccate da una delle protagoniste, piccola, Michela, con le zie, o la fuga della seconda protagonista, Ilaria, adulta. Una Roma che è quasi partecipe purtuttavia lontana, come la solita indifferenza capitolina spesso rimproverata. Viceversa assume un altro campanile, probabilmente mediterraneo, il procedimento occulto delle streghe a raccolta descritto di volta in volta più approfondito. Il rapporto sui soggetti persecutori poi è letteralmente equilibrato nel trovar loro moventi, ragioni, difetti, tali da far apparire il loro comportamento in un certo modo consequenziale, e derivato, detto in modo esplicito ed accecante, dalla demoniaca procedura di insegnamento di dottrine e principi di fede. C’è da chiedersi quanti, ed è doloroso dirlo, non abbiano sopportato o sofferto le assurdità ed i tabù imposti sordidamente, soprattutto in campo sessuale, dai ministri di un Creatore fatto dalle loro vergognose foie, ed anche dai loro non meno laidi oppositori. Di certo Jung e la sua scuola, più che Freud, visto lo stratificarsi secolare di questi atteggiamenti, saprebbe come catalogare queste rovesce passioni. È da notare la linearità espressiva che, nonostante la ricchezza lessicale e la creatività del componimento, sottolinea come un rasoio incisore i pensieri positivi o aggressivi dei soggetti, lo svolgersi tremendo di un delitto, fino a fare sentire dolore anche a chi, leggendo, considera che è una narrazione che finisce, e per questo, cioè per trovare ragione della sua ipotesi, non riesce a distaccarsi dalla lettura.

La scrittrice segue passo passo ogni fase dell’agire di un bambino e la sua mente, dipinge semplicemente un luogo, paesaggio o stato in luogo di un fatto, senza escluderne nongià i particolari, ma i tipici oggetti e le tipiche loro presenze: l’albero è albero, con foglie, rami, luci ed ombre, una stanza contiene ciò che deve contenere: il racconto ha una fattura quasi ortogonale, senza alcun capriccio, ma, nella scelta dei vocaboli, ricercata ed eccellente. Chi scrive il libro è di ottima cultura senza citazioni a dimostrarlo, è esperta di leggi, fatte relazionandosi ad alto livello sia negli Stati Uniti che al Consiglio d’Europa.

Daniela ha uno scopo nella vita e quello persegue con pertinacia, lo rivelano i suoi quattro libri: prende in esame di volta in volta un aspetto umano delinquenziale e, denunciandolo al pubblico tramite la lettura, lo combatte senza timore, lo evidenzia per smembrarlo con le mani irate di chi segue le sue storie, cerca di annullarlo, polvere, rifiuto del mondo. Chi legge i suoi “gialli” non può che prendere la parte giusta. I suoi romanzi dalla prosa elegante, quasi leggera, senza remore espressive, sono una vera arma micidiale contro ogni tipo di persecutore, ipocrita o manifesto. Sono una via per meditare su come si può guarire da essi, sono certezza di fede in ciò che è, veramente, un autentico essere umano,: un essere che ama.

Marilù Giannone


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